mercoledì 3 febbraio 2016

Recensione: La ragazza del treno, ovvero perché bisognerebbe sempre farsi i fatti propri.

La cosa che più mi incuriosiva e allo stesso tempo attirava di questo romanzo era l'idea che una persona possa assistere a qualcosa di assolutamente imprevedibile e assurdo, attraverso uno dei gesti più banali, come quello di guardare fuori dal finestrino di un treno. Sono piuttosto sicura che questo mio interesse derivi dal fatto che anche a me piace fare voli pindarici ogni volta che sono su un treno, o su un autobus o in mezzo alla strada e vedo qualcosa/qualcuno. Ma sono anche piuttosto sicura che qui  per fortuna è dove inizia e finisce ogni mia possibile similarità con l'insopportabile protagonista principale di questo libro: Rachel. Rachel - lasciatemelo dire - è una patetica sfigata che non ha più niente nella sua vita, nonostante abbia, boh, neanche 40 anni? E riempie questo vuoto esistenziale, attenzione, spoiler (forse), stalkerando il suo ex-marito e ficcando il naso in faccende che non le competono. Davvero, per tutto il libro mi sono continuata a domandare perché, Rachel, perché non ti sei limitata a guardare fuori dal finestrino del treno e basta? Avresti risparmiato a tutti noi una grande sofferenza.

Comunque, onestamente mi aspettavo molto di più sia a livello "stilistico", che di trama. Per essere un libro che ha passato diverso tempo tra i primi posti di molte classifiche, osannato a destra e a sinistra, mi è sembrato piuttosto banale. C'è anche da dire che si fa leggere velocemente, e questo forse è un vantaggio, anche se mi domando cosa mi resterà di questo libro tra qualche mese. È risaputo che i gialli/thriller puntano tutti su cliffhanger sapientemente piazzati qua e là e qualche colpo di scena, espedienti che anche in questo caso funzionano abbastanza. Tuttavia a un certo punto la soluzione del grande mistero è diventata alquanto prevedibile e una volta capita del tutto, per le ultime 50 pagine circa, l'interesse a scoprire la verità è stato sostituito dalla speranza che tutti i personaggi che compaiono venissero investiti da questo dannato treno e la smettessero di tediare l'anima con le loro miserevoli vite.

mercoledì 30 dicembre 2015

Recensione: L'amante giapponese


Oggi parliamo ancora una volta di un libro, questa volta si tratta de L'amante giapponese di Isabel Allende. È il primo libro che leggo di questa scrittrice peruviana, e molto  probabilmente sarà anche l'ultimo.
Come ogni volta prima di iniziare un nuovo libro, sono andata a vedere le recensioni degli utenti su goodreads e sono rimasta piuttosto colpita nel notare che per una volta non erano in testa le recensioni con una stella su cinque. Ero quindi abbastanza sicura di avere in mano un capolavoro, ma in realtà solo dal titolo avrei dovuto capire che questo romanzo non era cosa per me e facendo parte di quel gruppo di brutte persone che giudicano i libri dalle copertine e/o titoli avrei dovuto lasciarlo sulla mensola da dove l'ho preso. Ma essendo la noia delle vacanze natalizie troppa, non ho saputo resistere.

Chiaramente, L'amante Giapponese è una storia d'amore e già qui:


Ma non solo, secondo il brevissimo riassunto il libro parla dell'epica storia d'amore tra Alma Belasco e il giovane giardiniere giapponese Ichimei [...] 


Ero quindi pronta al peggio. Ma ancora non sapevo che il peggio si sarebbe manifestato con le sembianze di una narrazione totalmente piatta, incapace di coinvolgere il lettore ma soprattutto di caratterizzare psicologicamente i personaggi, che quindi risultano finti. La trama poi è abbastanza piena di chilicé e i colpi di scena piazzati qua e là nulla possono contro la sua totale prevedibilità. Per quanto i temi trattati siano piuttosto sensibili - alla fine non si tratta solo di amore, si parla anche della solitudine, del diventare vecchi, degli abusi sessuali e dell'AIDS - lo stile di scrittura non fa loro giustizia. L'unica cosa che ho apprezzato sono stati i vari riferimenti storici. La storia di Alma e Ichimei infatti trascende vari decenni, dalla Polonia della Seconda Guerra Mondiale alla San Francisco dei giorni nostri, passando per gli anni dell'internamento dei giapponesi negli Stati Uniti - argomento del quale non sapevo molto - ma purtroppo anche queste vicende storiche sono state usate perlopiù per creare un contesto, senza troppi approfondimenti. 

giovedì 17 dicembre 2015

Recensione: Chapter and Verse

Our music has never been about, for example, being a virtuoso on a particular instrument, it's entirely the product of our personalities and the sum of all our experiences.

Se dopo aver visto i New Order live lo scorso mese il mio indice di gradimento per qualche strano motivo non fosse ancora salito a livelli astronomici, dopo aver letto questo libro non avrei più scuse per non ammettere che i New Order potrebbero benissimo rientrare nella mia top 3 di band preferite di sempre.

Attenzione: il libro non è esattamente perfetto, Bernard Sumner non è propriamente uno scrittore - ma si potrebbe dire lo stesso di gente che lo fa di mestiere, perciò no big deal - alcuni aneddoti e considerazioni sono ripetute anche a distanza di poche pagine (Bernard, soffri di perdita di memoria a breve termine forse?) e a mio parere troppo spazio è dato alle vicende del The Haçienda, uno storico locale di Manchester, che sì, è stato sicuramente importante per lo sviluppo della scena musicale locale ed ha avuto un ruolo incisivo per i New Order, ma onestamente facevo volentieri a meno di sapere quanti soldi ha richiesto tenerlo aperto. Comunque.

Bernard Sumner non è di certo il più carismatico dei frontman, anzi, lo è diventato con molta riluttanza per scelta comune dopo la tragica scomparsa di Ian Curtis e gli ci è voluto del tempo per abituarsi all'idea. Inoltre nel corso degli anni è sempre stato molto parco nel divulgare dettagli sulla sua vita privata e anche in questo libro non si può dire che abbondino, ma quantomeno l'uomo rimane fedele a sé stesso. Quindi, anche se prima di leggere Chapter and Verse non sapevo molte cose sulla storia dei New Order e ora che l'ho finito non ne so molte di più, in realtà, forse per quello bastava andare su Wikipedia.

Premesso ciò, mi è risultato difficile non apprezzare il libro per quello che è, ovvero una  collezione di memorie quantomeno interessante, che oltre a mettere  in luce come è nato il sound dei New Order, offre diversi spunti di riflessione. Una delle cose su cui mi sono trovata più d'accordo, ad esempio, riguarda quella che è la sua concezione della musica. Bernard Sumner parla di essa come di qualcosa in grado di colpire e comunicare con le persone che la ascoltano: tutto sta nell'attitudine e nell'essere in grado di creare un suono che rispecchi le esperienze e le personalità di chi scrive, in modo da permettere a chi ascolta di rispecchiarsi a sua volta, non in quanto è complesso quel giro di basso o quell'altro accordo.

D'altra parte Sumner prima di assistere all'iconico primo concerto dei Sex Pistols del 1976 non aveva mai preso in mano una chitarra, e quando l'ha fatto non sapeva nemmeno come accordarla. Eppure questo non gli ha impedito di creare, prima con i Joy Division e poi con i New Order, uno dei sound più riconoscibili degli ultimi 30 anni.  

Quindi, se state cercando la verità sulla dipartita di Peter Hook, in questo libro non la troverete, ma prendetevi comunque qualche ora per leggerlo perché le didascalie delle foto sono davvero esilaranti.

domenica 13 dicembre 2015

Recensione: The Corrections

Non mi capita molto spesso di leggere un libro dove più conosco i personaggi, più vorrei prenderli a sprangate sui denti, pur continuando la lettura pagina dopo pagina senza quasi mai annoiarmi. Beh, mi sono detta, in fondo non ci possono essere sempre degli eroi. I romanzi in quanto specchi della realtà possono anche rappresentare persone comuni, persone che non sono propriamente dei modelli comportamentali. Le Correzioni di Jonathan Franzen è uno di questi.

Eccoci dunque a St. Jude, una cittadina come tante altre del Midwest americano, con i Lambert: di fatto una famiglia allo sfascio. La trama non è delle più originali, si tratta infatti della storia di una qualsiasi famiglia appartenente al ceto medio che vive in un qualsiasi paesello degli Stati Uniti. Anche i personaggi risultano abbastanza stereotipati: ci sono Alfred ed Enid, i genitori, il primo è il classico padre di famiglia che per tutta la vita ha lavorato...e basta praticamente, e ora si trova in pensione affetto dal morbo di Parkinson e da una demenza senile degenerante. La seconda è la madre, anche in questo caso, classica donna del ceto medio, ma soprattutto del Midwest: bigotta, infelice, frustrata, petulante, infantile. Sono davvero molti gli aggettivi che potrei usare per descriverla ma mi fermerò qui, perché io detesto Enid Lambert.
I tre figli poi - ormai cresciuti e residenti chi a Philadelphia, chi a New York - non sono da meno. Gary, il più grande, è un uomo sulla quarantina, sposato e a sua volta con 3 figli. Ha un buon lavoro e sembrerebbe l'unico con una prospettiva di vita felice, ma le nostre speranze vengono presto disintegrate, poichè si scopre subito che è depresso e che la sua famiglia non lo sopporta. I suoi sforzi si concentrano prevalentemente sul cercare di negare a tutti - soprattutto se stesso - che non è depresso, ma in realtà il risultato è piuttosto patetico. Niente da fare per Gary, dunque.
Chip, il figlio di mezzo, è invece un inetto: ha mandato a monte la sua carriera come professore a causa di, indovinate un po'? Rullo di tamburi: a causa di una relazione con un'alunna. Chi se lo aspettava. Chip si troverà poi coinvolto in una faccenda in Lituania, la parte più noiosa del libro onestamente. Infine, la figlia minore è Denise,  anche lei affermata professionalmente in quanto chef di un noto ristorante. Lo stesso non si può dire della sua vita privata, infatti a causa della sua confusa sessualità combina solo un sacco di casini.  

Cosa c'è dunque in questo libro che coinvolge così tanto? 

Da un lato sicuramente il susseguirsi di eventi che colpiscono i vari Lambert, che osciallando tra il tragico e il comico insinuano una curiosità quasi sadica nei confronti delle loro miserevoli esistenze. Dall'altro, lo stile della narrazione che - anche con l'aiuto di diversi salti temporali - segue la crescita dei vari personaggi e mette in luce gli errori che li porteranno a trasformare la tanto desiderata cena di Natale di Enid in un totale e completo disastro.
Nonostante i flashback e i numerosi personaggi secondari che vengono introdotti, è difficile perdere il filo del discorso e le narrazioni delle vicende dei 5 protagonisti si alternano nelle altrettante sezioni in cui è suddiviso il romanzo, trovando alla fine sempre una perfetta armonia.

Nel complesso è un romanzo che non tradisce le aspettative e che nella sua celebrazione dell'ipocrisia, dei risentimenti e in qualche modo della mediocrità, risalta grazie alla narrazione asciutta e ironica di Franzen.

venerdì 11 dicembre 2015

Recensione: This charming Morrissey

My childhood is streets upon streets upon streets upon streets. Streets to define you and streets to confine you [...] 

È così che si apre l'autobiografia di quel rompipalle di Morrissey. Il fatto che queste stesse parole sarebbero potute essere i versi di una sua canzone ad un primo impatto può scoraggiare, ed effettivamente quando ho iniziato a leggere questo libro per la prima volta volevo solo spararmi in bocca. In fondo - a parte la sensazione iniziale di leggere una canzone lunga 50 pagine -  sembra che il libro non sia stato sottoposto ad una revisione editoriale, non è suddiviso in capitoli, certi paragrafi sono esageratamente lunghi e spesso Moz parte per la tangente raccontando storie e aneddoti che poco c'entrano. MA essendo cresciuta con la musica di Morrissey e degli Smiths e di tutte quelle altre band del vecchio filone alternative rock inglese anni '80, manco ci fossi nata in quella decade, ci ho riprovato.

Nonostante tutto, il libro ripercorre a ritmo abbastanza serrato e in ordine cronologico (almeno) i maggiori avvenimenti della vita di Morrissey, dall'infanzia nella Manchester povera, all'incontro con Marr ["We've met before, y'know. I'm glad you don't remember" Oooh, but I do] e la formazione degli Smiths, varie paturnie, le vicissitudini nella creazione dei loro quattro album di studio, ulteriori paturnie e diatribe con le case discografiche, lo scioglimento degli Smiths, la disputa con Marr/Joyce, la sua carriera solista e quanto sia difficile trovare qualcosa da mangiare in America per un vegetariano.

Anche se per quanto riguarda la sua carriera musicale non vengono dati molti dettagli in più di quelli già noti, lo stesso non si può dire della sua persona. Attraverso sottili riferimenti ai propri testi e citazioni di poesie e film che l'hanno inspirato nel corso degli anni, si ha infatti una visione d'insieme dell'artista che si cela dietro a questo nome e della sua anima gentile. Bellissimo poi il modo in cui descrive la perdita delle persone a lui care o quando racconta di come si prendeva cura degli uccellini che cadevano nel suo giardino.

Certo, Morrissey resterà pur sempre la queen of sass per eccellenza, drammatico ed eccessivo e sì, a volte la voglia di spararmi tornava, soprattutto a causa delle pedanti critiche a questo o quel giornale colpevole di aver riportato male le sue parole o la fissazione quasi maniacale per le classifiche e i numeri. Ma il tutto è reso incredibilmente piacevole dalla sottile ironia che - da sempre croce e delizia di quest'uomo - caratterizza e rende godibili tutte le 450 pagine di biografia e anzi, ti fa anche sorridere. E chi se lo sarebbe aspettato da uno che scriveva canzoni così?






domenica 3 novembre 2013

Boredom

©

Oh, hello there. 
Quanto tempo è passato. 
Quante cose sono successe. 
Quante sono cambiate.
Eppure certe non cambieranno mai, come l'abilità con cui un povero studente universitario trova il modo di distrarsi quando invece dovrebbe studiare, studiare, studiare, stud...

Perciò sì, eccomi qui dopo anni praticamente, a scrivere ancora una volta quanto sia noiosa la mia vita.

Emozionante, no?

Spero che la maggior parte della gente che ha aperto questo post - annoiata come me, presumibilmente - abbia avuto il coraggio di arrivare fino a questo punto prima di richiuderlo e tornare a scorrere su e giù freneticamente la timeline di twitter, sperando di trovare un tweet interessante sfuggito per sbaglio che dia un'impennata alla serata. 
Se quindi siete ancora qui con me, vi ringrazio e potete andare che tanto la parte interessante finisce qui. Ciao.

A proposito di impennate, l'ultima che la mia vita ha subito è stata qualche settimana fa quando mi è arrivato per posta l'ennesimo vinile da banquetrecords.com, cosa che già di per sé avrebbe dovuto rendere la mia giornata migliore, ma quei furboni di banquet sanno come renderti davvero felice. Per chi non lo sapesse (shame on you, nel caso), Banquet Records è un negozio di dischi fantastico che vende tutte le ultime uscite musicali che state cercando disperatamente, ma ciò che lo rende ancora più fantastico è che quando acquisti qualcosa, ti ringraziano mandandoti un biglietto scritto a mano con consigli musicali e tanti cheers. Non so se avete capito che SCRIVONO A MANO. Forse sarò io ad essere esagerata, ma la prima volta che mi è arrivato un loro pacco non riuscivo a credere ai miei occhi ed è stato lì che ho capito di amarli. Finché ad occuparsi del mio ultimo ordine (questa meraviglia qui) non è stato un commesso mezzo italiano che ha riempito il consueto biglietto di cuoricini e di tantoammore. Ed è stato lì che ho capito che continuerò a dar loro molti molti soldi.
Perciò vi consiglio caldamente di comprare dischi da loro, ma soprattutto di comprare dischi.
Sui vinili ci sarebbero tante cose da dire, magari approfondirò il discorso un altro giorno, quando avrò qualcosa da studiare, sapete com'è.



martedì 11 giugno 2013

Volevamo solo un'altra estate perfetta.

Ehilà, c'è ancora qualcuno là fuori? Probabilmente no, ma insomma non è certo questo quello che mi fermerà. 

Non so se i blog vanno ancora di moda ed è trascorso molto tempo dall'ultima volta che sono passata di qua, tuttavia c'è una cosa che proprio devo dire. Riguarda ciò che di più terribile è successo ieri: il grandissimo promoter italiano di eventi musicali Vivo Concerti, signori miei (anche noto per questo infelice logo) ha annullato l'edizione 2013 del best festival ever di tutto il panorama estivo italiano, sì, sto parlando del Perfect Day Festival - conosciuto anche come #apdf o #apdfestival su twitter e cazzi vari. 
Eccalà.

Ma andiamo con calma e cerchiamo di capire quali sono i motivi che hanno potuto portare a una così drastica decisione. 

Non ce ne importa nulla in realtà, perché tanto l'edizione 2013 del pdf faceva schifo, che schifo è dire poco. 
Guardando la line up l'occhio inevitabilmente cade sulla giornata di sabato 31 agosto e ogni dubbio si dissipa da solo, come la nebbia agli irti colli piovigginando sale (?). The Bloody Beetroots, Salmo e i Tre Allegri Ragazzi Morti. 

Insomma, alla faccia delle "circostanze non prevedibili che non hanno permesso di completare il cartellone del festival [...]", qui il punto è che hanno venduto pochissimo e quindi chi gielo fa fare di mettere tre nomi per sera a 40 euro quando possono mettere date da headliner per ognuno (in realtà non proprio ognuno, speriamo) di loro allo stesso prezzo?
È un ragionamento prettamente pragmatico, ma alla favola dell'orso non ci crede nessuno, caro Vivo.
E pensare che ab illo tempore erano partiti così bene annunciando come primi headliner gli XX. Scelta un po' strana forse, soprattutto quando hanno poi messo come spalla gli Editors che tutti noi avremmo voluto come padroni della serata, ma nel bene e nel male, la serata del 1 settembre (prima annunciata, ricordo) sembrava seguire la magnifica scia lasciata dalla prima edizione del festival con Killers - Franz Ferdinand - Sigur Ros per una tre giorni che era un vero e proprio gioiellino e sembrava l'alternativa migliore ai già collaudati Rock in Roma, ex-Milano Jazzin' Festival, ora Milano City Sound, Lucca Summer Festival e Ferrara Sotto le Stelle, i quali, più che veri  e propri festival, sono manifestazioni che si protraggono per i mesi di giugno/luglio/agosto. 
Poi è arrivato il primo duro colpo, con i Bastille piazzati il 30 agosto insieme ai Primal Scream e ai maisentitiperdonatemi Merchandise. Vabbè, che sarà mai, pure l'altro anno avrebbero potuto invertire un due artisti come Mogwai e Alt J, ma questo non ha compromesso di certo la giornata complessivamente, anzi mi ha permesso di andare a prendere un panino. 
In realtà erano tutti segnali che andavano colti, infatti la mazzata definitiva non ha tardato ad arrivare con l'annuncio della seconda giornata, appunto. Lì si è capito che il caro vecchio Vivo aveva ormai esaurito le idee e nell'ultimo tentativo di salvare la barca che affondava ha piazzato tre nomi italiani di poco spessore a mo' di tappabuchi, ma l'unica cosa che è riuscito a salvare sono i soldi della gente che ha deciso di restare a casa questa estate.

Il punto è: ha mai cercato di organizzare qualcosa che andasse al di là del mettere tre nomi insieme e chiamarlo festival?
Probabilmente no, anche perché questo non è il primo evento estivo ad essere cancellato. Stessa sorte nefasta anche per l'I-Day, per citarne uno, del quale non ci dispiace più di tanto in quanto ritrovo per eccellenza dei cosiddetti indieminkia.
Ma mettendo da parte i pregiudizi, è sempre un dispiacere veder cancellare concerti, o sopprimere festival, proprio perché nel nostro bel Paese non c'è poi tutta questa scelta.
Ricorrere sempre alla fatidica frase "solo in Italia succedono queste cose" dispiace, certo, e ci fa apparire come i soliti incontentabili ragazzini viziati, ma non si può nemmeno negare l'evidenza.
Tre sono gli elementi fondamentali per la buona riuscita di un festival: l'organizzazione, il cartellone, ma soprattutto la location.
Quando leggiamo dei (ma non necessariamente) grandi  festival europei che fanno il sold out prima della rivelazione della line up, ci domandiamo come mai in Italia l'approccio da parte del pubblico sia così diverso. Ma chi sarebbe disposto a pagare ad occhi chiusi per andare in un parcheggio nella periferia di Milano? Ecco perché il Perfect Day ci piaceva.

Vogliamo ricordarlo così: R.I.P. A Perfect Day Festival


Per fortuna alcune soluzioni non targate Vivo Concerti esistono. È il caso del siciliano Ypsigrock Festival, che sicuramente provocherà esodi biblici di hipster verso il sud. Preparate i cannoli (e i cannoni).